Franco
Franco è il proprietario del bar di fronte al mio ufficio. Databile tra il mesozoico il paleolitico, un ciuffo di capelli (ancora per poco), folti baffi neri.
Non sorride mai.
Un uomo perennemente stanco. Apre il bar alle la mattina prestissimo e lo chiude a notte fonda. Lui è sempre presente. Non fa mai pausa. A colazione, pranzo, aperitivo lui è sempre dietro il bancone, da solo.
Colazione
Le brioche di Franco sono l’antitesi dall’arte pasticcera. Sfoggia vassoi multiscelta (cioccolato, crema, marmellata e tutte le altre varietà tipiche), ma il sapore non varia scegliendo una o l’altra, sanno tutte di bruciato. Alcune sono li da quando mi hanno assunto nel 2000.
Pranzo
Per pranzo Franco sfoggia una vetrinetta di piatti coloratissimi che riscalda in un prototipo di microonde del 1934. I piatti vanno dal classico (banali paste e risotti) agli accostamenti più fantasiosi: polenta e gulasch (solitamente a Luglio inoltrato), cozze ripiene di cassoela, insalatone agli avanzi. Ma il piatto forte rimane la paella del venerdì. Un cumulo di risotto dal colore giallo fosforescente sulla cui cima capeggia una cozza semiaperta di sfumature arancio-verdi e al cui interno sono presenti ricordi di flora e fauna marina (similgamberetti, imitazioni di totani, etc.). Bellissima a vedersi (i giapponesi si fermano a fotografarla), temibilissima negli effetti. Ha fatto più vittime lei che la peste del ‘300.
L’aperitivo
Alle 18.00 puntuale Franco sfodera tartine e focaccine varie, ripiene di affettati e verdurine sottolio che fanno venire coliche e dalori di stomaco solo a guardarle. Alle 18.01 arrivano gli Unni, un gruppo di vecchietti temibilissimi, che ordinano ettolitri di campari col bianco. Le tartine sono loro proprietà: se qualche incauto avventore si avvicina, alcuni iniziano a ringhiare. Gli Unni si cibano esclusivamente delle tartine di Franco; è ancora un mistero come possano sopravvivere.
La sera
Fortunatamente la sera torno a casa; non so cosa succede nel bar di Franco e spero di no saperlo mai…
Non sorride mai.
Un uomo perennemente stanco. Apre il bar alle la mattina prestissimo e lo chiude a notte fonda. Lui è sempre presente. Non fa mai pausa. A colazione, pranzo, aperitivo lui è sempre dietro il bancone, da solo.
Colazione
Le brioche di Franco sono l’antitesi dall’arte pasticcera. Sfoggia vassoi multiscelta (cioccolato, crema, marmellata e tutte le altre varietà tipiche), ma il sapore non varia scegliendo una o l’altra, sanno tutte di bruciato. Alcune sono li da quando mi hanno assunto nel 2000.
Pranzo
Per pranzo Franco sfoggia una vetrinetta di piatti coloratissimi che riscalda in un prototipo di microonde del 1934. I piatti vanno dal classico (banali paste e risotti) agli accostamenti più fantasiosi: polenta e gulasch (solitamente a Luglio inoltrato), cozze ripiene di cassoela, insalatone agli avanzi. Ma il piatto forte rimane la paella del venerdì. Un cumulo di risotto dal colore giallo fosforescente sulla cui cima capeggia una cozza semiaperta di sfumature arancio-verdi e al cui interno sono presenti ricordi di flora e fauna marina (similgamberetti, imitazioni di totani, etc.). Bellissima a vedersi (i giapponesi si fermano a fotografarla), temibilissima negli effetti. Ha fatto più vittime lei che la peste del ‘300.
L’aperitivo
Alle 18.00 puntuale Franco sfodera tartine e focaccine varie, ripiene di affettati e verdurine sottolio che fanno venire coliche e dalori di stomaco solo a guardarle. Alle 18.01 arrivano gli Unni, un gruppo di vecchietti temibilissimi, che ordinano ettolitri di campari col bianco. Le tartine sono loro proprietà: se qualche incauto avventore si avvicina, alcuni iniziano a ringhiare. Gli Unni si cibano esclusivamente delle tartine di Franco; è ancora un mistero come possano sopravvivere.
La sera
Fortunatamente la sera torno a casa; non so cosa succede nel bar di Franco e spero di no saperlo mai…


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